Da non credere. "Servizi di Microfinanza promossi dal 70% delle banche". Il titolone con cui, nel bollettino di febbraio, l'Associazione bancaria italiana presentava i risultati della ricerca sul tema "Banche e inclusione finanziaria: indagine sul territorio italiano" mi ha tenuto per qualche istante incollato allo schermo del pc. Poi, ho letto il nome del curatore della ricerca (l' ABI stessa) e ho capito.
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Per fare un paragone è come se l'Associazione delle Industrie Chimiche, Petrolifere e Metallurgiche pubblicassero i risultati di uno studio congiunto in cui si illustrano le ottime performance registrate dalle industrie medesime sul fronte della tutela ambientale. Fuor di metafora: senza nulla togliere alla professionalità degli analisti che hanno prodotto quel documento, qualcuno potrebbe sospettare che i risultati della ricerca possano essere viziati da uno spirito non proprio indipendente. Soprattutto se quel qualcuno scoprisse che in Italia, il tasso di esclusione dal credito e dai servizi finanziari (che rappresenta la percentuale di persone che non ha accesso ai servizi bancari di base) arriva al 25% della popolazione (secondo l'ultima stima della Banca Mondiale), una delle quote più elevate nell'Unione Europea.
Detto questo, vorrei sgombrare il campo da alcuni possibili equivoci. In primo luogo, è bene sottolineare chela microfinanza non può - e non deve - essere confusa con il microcredito. Mentre quest'ultimo indica il fenomeno dei micro-prestiti senza garanzia "inventato" dal Premio Nobel Muhammad Yunus più di trent'anni fa con la sua Grameen Bank, la definizione (o meglio, le definizioni) di microfinanza appaiono più "fumose". Secondo Wikipedia, con microfinanza si intende l'insieme dei servizi forniti da istituti bancari specializzati nelle fasce di popolazione povere e/o in operazioni di importo esiguo, un campo nel quale il sistema finanziario tradizionale non vuole (perché considera i possibili beneficiari non solvibili) o non può (perché le sole spese di gestione ne farebbero lievitare il costo in modo spropositato) operare".
Tralasciando il fatto che, in questo caso, non stiamo parlando di istituti bancari specializzati nelle fasce di popolazione povere, ma proprio del "sistema finanziario tradizionale" - quello che, secondo la definizione sopraccitata, in quel campo "non vuole o non può operare" - per cogliere il senso della ricerca dell'ABI bisognerebbe capire, per lo meno, a quali servizi finanziari si riferiscono l'Associazione quando parla di microfinanza o il suo direttore generale, Zadra, quando dichiara che "la microfinanza è entrata a pieno nei piani strategici delle banche".
In effetti, qualche delucidazione viene fornita dal comunicato stampa dell'ABI: "Molti i prodotti e i servizi che possono contare sull'etichetta microfinanza. Tra i più offerti conti correnti e servizi di pagamento (49%), seguono credito (31%) e risparmio (20%)".
Insomma, l'impressione è che per l'Abi la microfinanza si riduca, per lo più, all'apertura del conto o all'emissione di carte prepagate a favore dei cittadini extracomunitari. E infatti, come riporta il comunicato "Per quanto riguarda i target di clientela, gli immigrati sono al primo posto per diffusione dei prodotti".
E sul fronte del credito? A questo proposito, il rapporto dell'ABI dice che "tra i più gettonati spiccano finanziamenti a medio termine tra 1 e 5 anni, finanziamenti fino ad un anno, credito al consumo e finanziamenti per l'acquisto della prima casa". Ma come, secondo l'Associazione bancaria, erogare mutui e credito al consumo vorrebbe dire fare microfinanza?
La verità è che, escluse poche eccezioni, su questo fronte, soprattutto se si parla di microcredito (che, in un certo senso, rappresenta la componente più rivoluzionaria della microfinanza), le banche italiane sembrano ancora latitanti. È vero che negli ultimi mesi sono sorti molti nuovi progetti, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale. Ma il fenomeno, nel suo complesso, manifesta ancora un carattere frammentario: la maggior parte delle iniziative è di piccole dimensioni, con risorse limitate e scarsa visibilità. Spesso, si tratta di progetti che erogano soltanto alcune decine di prestiti all'anno e, soprattutto, nella stragrande maggioranza dei casi, la banca si lascia coinvolgere esclusivamente nella veste di partner "operativo": eroga il credito materialmente; ma, di fatto, non rischia nulla, perché in caso di problemi con la restituzione del prestito, subentra un fondo di garanzia, istituito da una Fondazione o dalla pubblica amministrazione.
Un modello radicalmente diverso da quello della Grameen Bank di Yunus, che negli anni '70 iniziò a concedere piccole somme ai contadini poveri del Bangladesh esclusi dall'accesso al credito bancario e oggi finanzia perfino i mendicanti. Ma lo fa rinunciando ad avere "le spalle coperte" da fondi di garanzia che possano intervenire per coprire eventuali insolvenze.
Nel frattempo, altri Paesi (e altre banche) si dimostrano più coraggiosi. In Francia, il Crédit Agricole ha appena erogato un contributo di 50 milioni di euro per realizzare, in partnership con la Grameen Bank di Yunus, una fondazione no profit, la Grameen Crédit Agricole Microfinance Foundation: finanzierà piccole banche di credito cooperativo e istituzioni finanziarie (microfinance institutions) operanti nei Paesi in via di Sviluppo. Quelle che, per intenderci, la microfinanza la fanno davvero, e non solo nei comunicati.
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