Molti di voi si saranno imbattuti, probabilmente, in uno di quei maxi cartelloni pubblicitari che, da qualche giorno, tappezzano i muri della metropolitana e le strade delle nostre città (ma anche le pagine dei quotidiani): protagonisti dello "spot", alcuni lavoratori senegalesi, in abiti coloratissimi, con i loro strumenti di lavoro, e in alto, la scritta "Microcredit Africa Works".
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Si tratta di un'iniziativa del cantante senegalese Youssou N'Dour, che, per sensibilizzare i fan al fenomeno del microcredito, ha inciso una nuova versione della sua canzone Birima, insieme a Patti Smith, Irene Grandi e Francesco Renga. Fin qui, nulla di strano.
La domanda è: chi ha pagato milioni di euro per le inserzioni pubblicitarie? In effetti, sul lato destro degli spot è ben visibile il marchio "UNITED COLORS OF BENETTON". Ecco chi ha pagato.
I più maliziosi tra noi avranno certamente pensato che si tratta di una campagna per promuovere la nuova collezione primavera-estate 2008, che la nota multinazionale dell'abbigliamento made in Italy ha da poco lanciato. Anche perché - diranno i più puntigliosi tra i più maliziosi - a voler ben guardare, dallo spot si capisce perfettamente chi abbia promosso la campagna di "sensibilizzazione" (Benetton), ma non è affatto chiaro cosa sia il microcredito, e tanto meno il progetto "Birima".
(Incuriosito, sono andato a leggermi il comunicato stampa dell'iniziativa e ho scoperto che Birima è anche il nome della società di credito cooperativo fondata da N'Dour, che, in Senegal, offre servizi finanziari a piccole e medie imprese, artigiani, professionisti e artisti per l'avviamento di piccole attività imprenditoriali. Ma sullo spot, nessuna traccia di tutto questo...).
Noi non vogliamo essere maliziosi. E tanto meno puntigliosi. Ci permettiamo, tuttavia, di fare un'annotazione: quanto sarà costata la campagna Benetton "a sostegno" di Birima Probabilmente diversi milioni di euro. Vista e considerata l'ammirevole attenzione che Benetton ha rivolto a questo progetto, non sarebbe stato più utile destinare quelle risorse al sostegno diretto della società di credito cooperativo fondata dal cantante senegalese?
È vero, nel comunicato stampa, la Benetton non fa mistero del "solido sostegno economico" profferto a favore dell'iniziativa. Ma è logico che se tutte le risorse (anche quelle "pubblicitarie") fossero state destinate alla società Birima, certamente si sarebbero potute aiutare (molte) più persone.
Il microcredito è una cosa seria. Talmente seria che, solamente in Bangladesh, dove è nato più di 30 anni fa dall'intuizione del suo inventore, il Premio Nobel Muhammad Yunus, ha aiutato sette milioni e mezzo di persone a liberarsi dalla fame.
Oggi il prestito senza garanzie si sta diffondendo rapidamente nei Paesi industrializzati. E anche l'Italia, da un paio d'anni, ha scoperto questo strumento, capace di intervenire sulle nuove sacche di povertà, ma senza ricadere nella logica assistenzialista dei contributi a fondo perduto. È lodevole che qualcuno parli di microcredito, anche da noi. Esemplare l'impegno divulgativo di Benetton a favore di questa società di credito cooperativo. Ma per sgomberare il campo da qualsiasi dubbio sugli eventuali intenti auto-promozionali, forse si dovrebbe parlare più di microcredito (seriamente) e meno di chi lo promuove.
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