Diciamo la verità. Chi si aspettava che la crisi della finanza internazionale - tradita e schiacciata dalla sua stessa opacità, alimentata dal susseguirsi di fallimenti eccellenti e scandali finanziari (vedi, da ultimo, la maxi-truffa architettata dall'ex presidente del Nasdaq, Bernard Madoff) - generasse un ampio flusso di risparmi verso l'investimento etico, è rimasto deluso.
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Gli investitori in fuga dai fondi non hanno cercato riparo tra le rive più rassicuranti dell'investimento socialmente responsabile. In buona parte, hanno preferito puntare su titoli di debito pubblico e depositi ad alta remunerazione. è vero che, almeno in alcuni casi, i fondi socialmente responsabili hanno tenuto meglio, contenendo i deflussi. Ma l'impressione è che, complessivamente, la massa dei "risparmiatori traditi" - come li chiamerebbe Beppe Scienza - abbia disertato il tema dell'investimento etico.
Forse quello della disaffezione alla "finanza etica" resta un problema soprattutto italiano. Tutti le indagini più recenti dimostrano che sia negli Usa che in Europa gli asset investiti secondo le logiche dell'SRI stanno aumentando a ritmi serrati (leggi) e che la sensibilità verso i temi della responsabilità sociale e ambientale cresce soprattutto tra i cosiddetti High Net Worth Individuals (leggi): gli investitori con asset da un milione di dollari in su. Se ammettiamo che gli affluent siano i clienti con una cultura finanziaria più elevata, e, soprattutto, coloro che possono fare affidamento su una consulenza dedicata di più alto livello, è lecito supporre che l' "effetto traino" esercitato da questo target, possa traghettare nuovi investitori - anche con asset meno importanti - verso i lidi della finanza socialmente responsabile.
Una buona notizia, almeno una, questa crisi sembra averla portata. Secondo alcuni operatori italiani sentiti negli ultimi giorni, l'acuirsi della tempesta finanziaria avrebbe finalmente attirato l'interesse degli investitori istituzionali - fondi pensione, fondazioni bancarie ed enti religiosi - che in Italia, almeno fino a questo momento, sono stati i veri "latitanti" sul fronte del risparmio eticamente orientato. Perché gli investitori istituzionali e non quelli individuali? Perché l'investitore istituzionale, diversamente dal cliente retail, non può dirottare il risparmio su conti di deposito e pronti contro termine. Ha un mandato a gestire il patrimonio affidatogli, è costretto a restare nel risparmio gestito e, trovandosi in mezzo alla tempesta, cerca nuove soluzioni d'investimento per preservarlo.
Cosa c'entrano gli investitori istituzionali? C'entrano, eccome. Perché un maggiore coinvolgimento di fondazioni bancarie & affini nell'investimento socialmente responsabile potrebbe finalmente innescare lo stesso circolo virtuoso che in altri Paesi ha fatto la fortuna dei fondi etici: una presenza forte degli investitori istituzionali, consentirebbe al patrimonio "eticamente orientato" di raggiungere la "massa critica" necessaria per giustificare il dirottamento di maggiori risorse, da parte delle Sgr italiane, verso lo sviluppo di strategie di gestione e soluzioni d'investimento dedicate al Socially Responsible Investing. Strategie, strutture e pratiche consolidate favorirebbero una crescita nella qualità dei processi di analisi, attraverso l'integrazione dei tradizionali parametri di natura finanziaria con quelli legati alla responsabilità sociale e ambientale. Una volta create competenze strutture ad hoc, le società di gestione avrebbero tutto l'interesse di rivolgere anche alla clientela retail prodotti e servizi ispirati alla finanza socialmente responsabile.
Che sia prossimo anche per i risparmiatori italiani il momento della riscossa (etica)? Forse. Intanto gli operatori non cessano di ripetere che, nel lungo termine, la crescita dell'investimento etico a livello globale sarà inarrestabile. Noi ci crediamo. Ma crediamo anche che avesse ragione, John Maynard Keynes quando diceva che "nel lungo termine siamo tutti morti".
Morale della favola. Questo è il momento propizio per dedicare tutte le energie possibili alla crescita dell'SRI. è necessario che tutti - investitori istituzionali, società di gestione del risparmio e anche singoli risparmiatori - facciano la propria parte. E non solo perché una finanza più "etica" offre conforto all'investitore che si chiede "dove finiscono i miei soldi" (nell'industria delle armi? In Paesi dove viene applicata la pena di morte e tollerato lo sfruttamento del lavoro minorile?). Ma anche perché la finanza socialmente responsabile sembra in grado di tenersi alla larga da scandali, fallimenti e sciagure finanziarie di vario genere. Basti pensare che alcuni fondi etici - i migliori - hanno sempre escluso o comunque ampiamente sottopesato la componente finanziaria all'interno del portafoglio titoli. Non investono e non hanno mani investito in titoli Lehman, Goldman Sachs, Bear Sterns, per non parlare degli altri casi storici che tutti ricordano. "Una cosa e' certa", mi raccontava giorni fa un gestore italiano che si occupa di SRI. "Un attento screening etico avrebbe scremato sia Enron che Parmalat...Per non parlare della cronaca e dei recentissimi casi di frode finanziaria".


